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LA GUIDA DELLA SETTIMANA |
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Egitto
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IRAQ, UN PATRIMONIO DA SALVARE
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 L’Iraq corrisponde a gran parte dell’antica Mesopotamia (che sconfinava nelle attuali Turchia e Siria), la ‘terra in mezzo ai fiumi’ considerata culla della civiltà . A partire dal IV secolo a.C. sulla terra definita dai corsi del Tigri e dell’Eufrate si avvicendarono Sumeri, Assiri e Babilonesi, sorsero le prime città ed ebbe inizio la Storia con l’invenzione della scrittura.
L’Iraq coincide con l’Eden, il biblico paradiso in terra. ‘Eden’ è parola sumerica per indicare la piana desertica e inospitale, che soltanto l’opera di canalizzazione umana poté trasformare in quel frutteto (questo il significato di ‘paradiso’) dove prosperò Uruk, città ricca di palazzi e ziqqurat.
Al dominio dei Sumeri sulla Mesopotamia successe quello di altri popoli invasori o locali: degli Assiri, dei Babilonesi di quel Nabucodonosor che fece di Babilonia la settima meraviglia del mondo, dei Macedoni al comando di Alessandro Magno, dei Romani, degli Arabi. Tutte queste civiltà hanno lasciato traccia del loro passaggio, soprattutto hanno fondato metropoli il cui splendore possiamo a fatica immaginare dai pochi resti rimasti.
In quali condizioni versano oggi le vestigia delle antiche città mesopotamiche, dopo le travagliate vicende irachene, i conflitti recenti - dalla Guerra del Golfo a quello appena concluso - e i contrasti interni - tra Sciiti e Sanniti, Curdi e Irac heni -; dopo i 13 anni d’embargo, con lo strascico di musei trafugati e di scavi non autorizzati aperti per procurarsi un’alternativa di sostentamento; dopo la propaganda di regime, che ha eseguito restauri e ricostruzioni spesso per scopi politici?
Il Palazzo di Nabucodonosor (VI secolo) è stato ricostruito, seppur in maniera criticabile, sotto il regime di Saddam Hussein. La cosiddetta Via delle Processioni è autentica, anche se i rilievi più belli dei muri laterali e delle porte sono conservati in musei non iracheni - a Istanbul, a Berlino. Della mitica Torre di Babele, esecrata nella Bibbia e poco amata dagli stessi musulmani, che poi altro non era che lo ziqqurat di Babilonia, rimane traccia in un fossato quadrato, anche se difficile da raggiungere e per niente valorizzato.
Lo ziqqurat di Ur (III millennio a.C.) è stato restaurato, ma accanto ad esso si trova una postazione militare: che abbia suscitato il sospetto degli americani? E l’enorme buca, che alcuni studiosi ritennero conseguenza del Diluvio Universale? Che sia stata scambiata per qualcosa che di archeologico ha ben poco? Se per la sorte di quei siti lontani dalle principali vie di comunicazione, come Hatra (World Heritage 1985), Nimrud e Samarra, è ragionevole pensare che i danni siano stati limitati (se non nulli), la preoccupazione cade su quelli a ridosso delle città strategiche: i resti di Ninive sorgono accanto a Mossul, vicine a Baghdad sono Tell Dhiba’i e Tell Harmal, le antiche Zaralulu e Shaduppum della civiltà di Eshnunna, e ancora è il grande Arco di Cosroe (III secolo), parte del palazzo reale di Ctesifonte.
Ancora minori le speranze sui centri storici medievali, le moschee e i musei di Baghd ad, Mossul, Nasiriya, o sulle città sante di Najaf e Kerbala, spesso citate come sede dei combattimenti.
Anche se la Mesopotamia può essere ammirata nei musei di tutto il mondo - di Chicago e Philadelphia, di Londra, di Berlino (nello Staatlichen si conservano le piastrelle che ornavano la Porta di Ishtar), di Parigi (al Louvre è esposto il codice di Hammurapi) – i tesori dell’Iraq Museum di Baghdad sono unici e insostituibili, basti ricordare la testa di Sargon (seconda metà del III millennio) o la donna di Warka (prima metà III millennio). Questi reperti, insieme ad altri ugualmente preziosi, si dice siano in salvo nei caveaux del museo, ma si sono potute mettere al sicuro anche le enormi lastre scolpite dei re neoassiri o le migliaia di tavolette con inscrizioni cuneiformi, molte ancora da decifrare?
Dei tanti tesori iracheni, finora soltanto Hatra è stata posta sotto tutela dall’Unesco, che nel 1985 l’ha inscritta nella World Heritage List. Nel 2000 l’Iraq aveva presentato al Comitato per il Patrimonio Mondiale una lista indicativa dei sette siti a cui dare la precedenza in vista di una eventuale iscrizione: Ashur, Nimrud, Samarra, Ninive, la fortezza di Al-Ukhaidar, Ur e Wasit. Quando il prossimo giugno la Commissione si riunirà a Suzhou (Cina), verrà esaminata la possibilità di dichiarare anche Ashur, capitale e centro religioso assiro, insieme a Hatra, World Heritage.
Per quanto riguarda i beni culturali mobili, nel 1991 l’Iraq ha consegnato alla Commissione una documentazione di quattro volumi sui beni mancanti nei musei del paese, chiedendo sostegno per la loro restituzione. Di conseguenza nel 1995 l’Unesco ha pubblicato un comunicato stampa per diffidare musei, collezionisti e mercanti d’arte dall’acquisto di oggetti di probabile provenienza irachena.
L’Iraq fu tra i primi stati a sottoscrivere la Convenzione sul Patrimonio Mondiale e a ratificarla nel 1974. Esso fa anche parte della Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (La Haye, 1954) ed è firmatario del Protocollo sulle misure contro importazione, esportazione e passaggio illecito di proprietà dei beni culturali (Parigi, 1970).
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