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PIREO: Museo Archeologico

Talvolta ingiustamente lasciato in secondo piano rispetto ai più famosi musei archeologici ateniesi, il Museo Archeologico del Pireo ospita alcuni importanti reperti rinvenuti sia nella zona del porto sia nel territorio circostante, risalenti all’epoca classica, ellenistica e romana e costituiti essenzialmente da bassorilievi, marmi e da alcuni splendidi rilievi tombali di un periodo compreso fra il IV e il II secolo a.C., quando il porto era collegato al sistema difensivo ateniese mediante le Lunghe Mura. Il Pireo, divenuto da quasi mezzo secolo il porto principale di Atene, assume grande importanza nel V secolo a.C., quando Temistocle sceglie questa insenatura riparata quale luogo ideale per farvi costruire la flotta militare ateniese e intraprende quindi la costruzione di questa poderosa cinta muraria, portata a termine sotto Pericle nel 431 a.C. circa. Le Lunghe Mura si univano a nord con la cinta di Atene, in modo da formare una via di comunicazione protetta fra la città e il suo porto. Nel 404 a.C. la sconfitta di Atene alla fine della Guerra del Peloponneso, combattuta per trent’anni contro Sparta, comporta lo smantellamento e la distruzione delle Lunghe Mura da parte degli spartani vincitori. Successivamente le mura difensive sono ripristinate da Conone nel 394 a.C. Quando i romani conquistano la penisola greca nel 146 a.C., saccheggiano le opere d’arte caricandole sulle navi attraccate nel porto del Pireo per trasportarle in Italia (molto probabilmente destinandole alle ville patrizie). Ma non tutto il bottino giunge a destinazione, qualche nave affonda ancora prima di aver lasciato il porto.
Il più noto di questi tesori ritrovati e vanto del museo è la magnifica statua di Apollo, nota come Kouros del Pireo: si tratta della più antica statua in bronzo cavo mai rinvenuta realizzata con la ‘fusione a cera persa’ del bronzo e ha dimensioni superiori al reale. Questa tecnica consiste nella creazione dell’oggetto da realizzare in cera con un’anima interna in argilla, successivamente l’oggetto è ricoperto da uno spesso strato in argilla; segue la fase di cottura, durante la quale l’argilla si indurisce, mentre la cera si scioglie defluendo dal blocco e creando così lo spazio nel quale è colato il bronzo fuso che solidificandosi assume la forma che precedentemente era in cera. La statua è stata datata al 520 a.C. circa e fu scoperta sepolta tra le macerie nel 1959, durante i lavori di canalizzazione e di dragaggio del Pireo. La posizione della figura è ancora rigida, tipicamente arcaica, ma lo scultore ha esplorato il potenziale del bronzo proiettando in avanti gli avambracci che un tempo reggevano un arco e un vaso. La figura si pone quindi in una fase storica intermedia tra il periodo arcaico, nel quale i kouroi erano realizzati di dimensioni enormi e stanti, e il periodo classico, durante cui le statue iniziano a essere rappresentate in movimento. In origine le statue bronzee erano lucidate fino ad assumere una brillantezza rosso-dorata.
Oltre all’Apollo, sono state rinvenute in mare altre tre statue: una Atena di 235 cm con il capo coperto da un elmo decorato (circa 350 a.C.) e due statue di Artemide attribuite allo scultore Auphranor (IV sec. a.C.). Dopo un lungo processo di restauro, i reperti sono stati esposti per vari anni al Museo Archeologico Nazionale di Atene, fino al 1984, data del loro rimpatrio al Pireo. Tra gli altri reperti: un grande monumento funerario templiforme in marmo con statue e basamento a fasce con rilievi (IV sec. a.C.), sul quale è raffigurato Nikeratos, un mercante di Istria, colonia sul Mar Nero, a testimonianza della potenza commerciale di Atene che intratteneva rapporti con numerose colonie d’oltremare. Con Nikeratos sono stati riprodotti anche il figlio e il servo. Questa tomba è stata rinvenuta nel 1967 a Kallithea, tra Atene e il Pireo. Fra gli altri reperti vi sono, inoltre, una maschera bronzea del IV sec. a.C., una statua di Afrodite Euplòia proveniente dall’omonimo tempio del Pireo, numerosi cippi e lèkythoi funerari, una stele funebre proveniente da Salamina datata circa al 420 a.C. che rappresenta i guerrieri Chairedemos e Lykeas, l’uno nudo e l’altro con indosso la clamide in pugno una lancia e uno scudo, diverse armi bronzee del VI e V sec. a.C., un rilievo rappresentante lo scudo di Atena Parthènos dell’epoca di Adriano in stile neoattico, la maschera di un attore tragico del IV sec. a.C., statue di età classica ed ellenistica, lastre e metope con rilievi (il più importante delle quali rappresenta una Amazzonomachia del II sec. d.C.) rinvenute nel golfo del Pireo nel 1930 su una nave antica affondata che era usata per trasportare pezzi da un laboratorio artigianale greco in Italia e destinati a una villa, infine figure romane e statue d’imperatore.
Nel museo si trova anche una collezione di ceramica a figure nere e figure rosse di VI e V sec. a.C. Queste tecniche si susseguono l’una all’altra nel periodo che va dal VI al IV secolo a.C. Inizialmente i vasi attici sono decorati con sfondo rosso (chiaro) e le figure in primo piano di colore nero, i particolari anatomici e i panneggi dei vestiti creati a graffito. Successivamente, il passaggio è datato convenzionalmente al 444 a.C., si passa a una pittura vascolare con sfondo di colore nero e le figure in primo piano di colore rosso con i particolari dati con linee di pennello di colore nero. I diversi colori che sono dati alla superficie del vaso dipendono dal tipo di cottura: in ambiente ossidante, ovvero con presenza di ossigeno che era immesso nel forno durante la cottura, il vaso assume un colore rosso; viceversa in ambiente riducente, ossia bruciando l’ossigeno con l’introduzione durante la cottura di legna verde che crea molto fumo, il vaso assume una colorazione nera. Per la decorazione dei vasi con le tecniche suddette, il vaso subiva due cotture: dapprima una cottura ossidante che rendeva il vaso di colore rosso, successivamente le parti che si volevano lasciare di questo colore erano ripassate con un liquido costituito da argilla diluita che le rendeva quindi impermeabili. In un secondo momento il vaso era cotto in ambiente riducente e le parti rimanenti assumevano un colore nero. Quindi si procedeva con la definizione dei particolari tramite graffito oppure a pennello.

 

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